Mina perchè?

December 9th, 2009

mina

Tu quoque  Mina mater mea!  Siano maledette le tagliatelle emiliane! Perché hai fatto questo  a tutti quelli che come me ti hanno amato  quando facevi Studio Uno e cantavi con quella voce incredibile e due gambe che non finivano mai?  Fu lì che Alberto Sordi ti disse :” A Mina, Sei nà fagottata de robba!”  E tu ridevi. Ed eri elegante e  sensuale riuscendo a rimanere rassicurante e bella proprio come una mamma. Con la tua voce che quando uno pensava a Barbra Streisand poteva sempre dire: ”… anche da noi c’è una brava, è Mina!” Altro tempo, i giorni tuoi furo mio dolce amor, passasti. Poi infatti eri scomparsa dalla tivvù cialtrona e caciarona, tu professionista  suprema cosa potevi fare in una televisione in mano a  dei dilettanti? Giustamente con grande dignità ti eri tolta dalla volgarità becera che incorona regine ogni quarto d’ora perché di regine vere non ce ne son più.  Ti eri  ritirata da questa civiltà dell’immagine rimanendo una grande voce, talvolta addirittura scritta, con acutezza, mai banale e sempre intelligente. Allora perché? Ho appreso pochi giorni fa che ciò che avevo con orrore sospettato è reale, sei proprio tu e ho gridato di dolore. Quella voce, artefatta, finta,  che trasuda melassa tradizionalpopolare in salsa buonista, spacciandoci tagliatelle industriali quali ricetta di pasta fatta in casa è la tua! La prima volta che infastidito avevo ascoltato quella pubblicità, avevo subito pensato indignato che quel lamentevole e strascicato  clichè nonnesco, assomigliava per giunta alla tua voce e lo avevo considerato un’aggravante di colpevolezza per le mezze calze pubblicitarie che lo avevano concepito. Invece la pugnalata me l’hai data proprio tu. Perché torno a chiedere, forse per denaro?  Non credo che  tu ne abbia bisogno. Per una rinnovata forma di vanità?  Va bene concesso (tutto ti concederei per quanto t’amavo da bambino) ma allora possibile che nessuna delle persone che ti stanno intorno e ti vogliono bene, si sia resa conto che si stava per vibrare un colpo terribile alla tua pulizia, al nitore che il tuo nome evoca in tutti gli italiani. Quel mulinaccio bianco  ha preso anche te e  come la strega di Hänsel e Gretl aspetta che tutti noi ingrassiamo per mangiarci e allora io, Mina carissima, ti suggerisco un trucco: quando ti chiederà di mettere fuori un dito, per sentire a che  punto sei, tu caccia fuori ben dritto il dito medio e con un sol sovracuto spaccagli i timpani. Con affetto (comunque)

Quartetto Emerson

December 9th, 2009

Emerson String Quartet

Non so se oggi sia ancora valido l’aforisma di Oscar Wilde secondo cui la vita imita l’arte (la sciagurata vita  di alcune persone rapportata a  certa arte contemporanea fa pensare  sia più vero che mai) ma di sicuro la musica imita Dio. Le due  serate a cui ho assistito la scorsa settimana ne portavano i segni.  La prima si svolgeva in una delle più sontuose dimore che il Signore possiede nella sua città di adozione: S.Maria Maggiore, basilica papale  eretta  nel V secolo e  voluta  espressamente dalla vergine Maria che ne indicò  attraverso un miracolo il luogo dove aveva da essere edificata. L’ VIII Festival  di Musica e Arte Sacra si è aperto il 18 novembre e lo scorso giovedì  ha presentato un complesso cameristico di membri dei “Wiener Philarmoniker”  impegnati in due  capolavori  di austriaca matrice. Il Mozart del quintetto per clarinetto  K 581 e lo Schubert dell’ottetto  D 803. Uno Schubert  diversamente dal solito affatto privo di quell’aura di morte che ne caratterizza quasi l’opera omnia e che in questa composizione per minuscola orchestra (tale è un ottetto  composto da due violini, viola, violoncello, contrabbasso, corno,clarinetto e fagotto) si fa invece umorista, divertito frequentatore dei caffè viennesi, scrittura eccelsa ma non il mio Schubert preferito. Discorso diverso per il quintetto mozartiano che composto  due anni   prima della morte di Wolfgang  ci racconta l’assoluta padronanza  formale asservita ad una serenità spirituale  totale  facendosi beffe, ove ancora ce ne fosse bisogno di romanzate biografie (cinematografiche o meno) farneticanti di amori dissoluti ed altre amenità.  Degli strumentisti dei Wiener che si può dire? Che Dio li benedica tutti  e li perdoni se come bis si sono esibiti in uno straussiano  “Sangue Viennese”  che risuonato in una chiesa ha sortito un effetto un poco straniante. Nulla di sacro invece , almeno in apparenza, nel concerto di venerdì  all’aula magna dell’università dove a cura della IUC  era di scena il Quartetto Emerson. Con questi quattro straordinari musicisti l’amico di sempre, Beethoven con il primo dei suoi ultimi quartetti l’op. 74, detto  “Quartetto delle arpe”  per i  ripetuti pizzicati che nel primo movimento portano alla mente quello strumento, opera  che anche se annoverata  come cronologicamente è, tra i lavori della cosiddetta “seconda maniera” beethoveniana, di fatto apre quella introspezione che porterà agli ultimi quartetti, le pagine più alte del genio di Bonn. Se infatti la sinfonia e la sonata per pianoforte rappresentano appieno la sua poetica nei vari momenti del suo itinerario, è il quartetto d’archi che  proietta la musica  verso il futuro facendole compiere un balzo in avanti che rimase per molti anni scarsamente compreso dal pubblico ottocentesco.  Oggi questa musica non ha età ed in questa chiave l’Emerson String Quartet  la restituisce suonando né  più nemmeno quello che è scritto sulla carta, senza enfasi con attenzione scrupolosa  alle dinamiche ed assoluto rigore contrappuntistico. Un esecuzione perfetta, veridica come raramente ho ascoltato.  Sono quattro intellettuali americani,  newyorkesi come più non si potrebbe eppure vicini a Beethoven per singolari affinità elettive come testimonia anche il  nome assunto dal gruppo, quel  Ralph Waldo Emerson poeta e filosofo amato  prima da Nietsche poi da J.LBorges, che fece dell’io inquieto e della ottimistica fiducia nell’individualità il suo primo ed autentico motore. La poetica di Beethoven è intrisa di questa materia. Ho parlato di musica che imita Dio non a caso se la seconda parte del concerto presentava “Le ultime sette parole di Cristo sulla croce” di Franz Josef Haydn. Musica  sommamente cara al suo autore  che mai avevo sentito in versione per quartetto e che per la prima volta mi si è rivelata. La “Wiener Klassik”  commossa che si accosta alla parola di Dio. Ed in quel movimento finale, il terremoto che scuote la terra alla morte del figlio dell’uomo vi è anche il presagio di un altro movimento tellurico che di lì a poco sconvolgerà la classicità: Beethoven. Haydn ancora non lo sapeva , i quattro musicisti che ce lo hanno ricordato, sì. Anche di questo sono grato al Quartetto Emerson e voglio salutarli con le parole del loro padre ispiratore Ralph Waldo Emerson. “ Noi siamo nelle mani di un’ immensa intelligenza, la quale fa di noi i ricettacoli della sua verità e gli organi del suo agire. Quando discerniamo la giustizia, quando discerniamo la verità, per parte nostra non facciamo altro se non aprirci al passaggio dei loro raggi.”

Missa Solemnis Pappano

October 29th, 2009

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Non capita così spesso di vedere duemilacinquecento persone mettersi in fila ordinatamente per recarsi  a messa di lunedì sera.  E’ successo ieri l’altro  all’auditorium Parco della Musica dove  Antonio Pappano ha aperto la stagione sinfonica dell’Accademia Nazionaledi S.Cecilia con la Missa Solemnis di Ludwig van Beethoven.  “Von Herzen möge es zu herzen gehen”  “ Dal cuore possa andare ai cuori” così  recita in calce al Kyrie della Missa  la parola di Beethoven  che  come è noto, ponderava accuratamente simili iscrizioni sulle sue partiture. Al contrario rispondeva   in modo  sprezzante agli interlocutori che lo interrogavano  in modo petulante per avere notizie sulla  prima esecuzione della Messa, capolavoro misterioso , autentica  sfinge dell’opera  del genio di Bonn.  Infatti la genesi delle composizioni del più grande uomo comparso  nella storia della musica fu sempre estremamente tormentata  e massimamente per questa  che egli stesso considerava il suo lavoro più compiuto e riuscito. Dal 1819 al 1823 egli vi lavorò a più riprese. E sono anni cruciali che vedono la nascita degli ultimi quartetti, della nona sinfonia, delle ultime sonate per pianoforte.  Sono lavori che proiettano la musica verso orizzonti nuovi ma senza troncare il cordone ombelicale con il passato piuttosto facendo implodere dall’interno le forme musicali che di volta in volta incarnano.  Charles Rosen negli anni sessanta  e più recentemente Piero Buscaroli avevano indicato nella missa la summa  della musica beethoveniana . Buscaroli si spinge oltre definendola  apice dell’intera musica occidentale e paventandone la sua riduzione a merce pubblicitaria così come capitato alla nona sinfonia, auspica che possa rimanere protetta dal  tritatutto sonoro del mondo moderno.  Credo che  possa dormire sonni tranquilli perché la Missa si protegge da sé. Se ne è avuta conferma nella esecuzione di Antonio Pappano che alla guida  dei fantastici “akademiker” ne ha disvelato la matassa musicale che è davvero densa come un fascio di antimateria. Non credo che questa composizione possa mai diventare un jingle e per una ragione molto semplice. Il materiale tematico è talmente rarefatto da rendere impossibile la sua immediata riconoscibilità.  Eppure in questa sovrumana densità si avverte la presenza di Gesù, uomo d’azione così come lo è la musica beethoveniana la cui fede incrollabile nell’azione umana tende sempre ad una positività che pur nella tragedia e nel dolore indica sempre una speranza che qui è la parola di Dio. Si è parlato spesso di una presunta laicità della religiosità di Beethoven a mio avviso  (ma sono in buona compagnia) a sproposito. Come rilevava giustamente Fedele d’Amico in un articolo che  figura nell’eccellente programma di sala, “…dai binari dell’ortodossia cattolica la nostra (messa) non diverge un solo istante. C’è il Padre e c’è il Figlio…C’è il peccato, c’è l’uomo peccatore e supplice davanti a un mediatore chiaramente personale (dunque niente immanentismo)…com’è cattolico il fatto che l’intimità della preghiera non escluda ,luteranamente, l’irruzione di gesti estroversi, in senso lato teatrali (che non vuol dire operistici).”   Ed  è proprio questa la chiave attraverso cui  Antonio Pappano si è gettato dentro questa materia vivendola dal di dentro con cuore testa e anima, quella di uomo di teatro permeato di cultura tedesca. E ne è uscito vittorioso, se pensiamo che questo monumento sonoro terrorizzava giganti del calibro di Klemperer, Furtwangler, De Sabata. La serata è stata un trionfo ed una esperienza religiosa di notevole impatto. Per la prima volta da quando frequento  le sale da concerto romane non ho sentito un colpo di tosse, mai avevo visto un pubblico così attento e religiosamente silente.  Al termine del Gloria poi, un silenzio attonito ha preso possesso della sala S.Cecilia, era il silenzio partecipe e commosso dell’umanità di fronte al mistero della fede. Mistero che rimane incastonato in questa partitura come un diamante attorno cui l’opera di Beethoven brilla di luce propria nella storia della musica occidentale.

Esito trionfale dicevamo e non soltanto grazie a  Pappano e i meravigliosi “akademiker”  ma anche al coro e  ai solisti  Emma Bell, Anna Larsson, Roberto Saccà e Georg  Zeppenfeld , compagnia di prima grandezza e senza eccezioni totalmente all’altezza del gravoso impegno.  La messa è finita, andiamo in pace. Grazie Beethoven, grazie Pappano, insieme a voi rendiamo grazia a Dio.

Etica e politica

October 7th, 2009

B_Croce

Ho sempre provato istintivamente fastidio nel  sentir parlare dei fatti intimi che legano uomini e donne,  non ho mai sopportato quegli amici che ti raccontano nei dettagli le loro avventure erotiche:” Allora …lei era piegata vicino al divano  e io l’ho baciata da dietro…” Grazie basta. Affari tuoi.  Affari miei. Il sesso è bello praticarlo,  alquanto disgustoso è parlarne.  Da mesi quindi salto allegramente pagine e pagine di quotidiani  zeppi di rivelazioni (false o vere che siano)  nauseanti.  

Ho più tempo da dedicare alla lettura e così mi sono andato a rivedere un volumetto  che mi ha fatto sentire in buona compagnia. “Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa dell’ “onestà” nella vita politica. L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli  e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta d’aeropago, composto da onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese.”

Così Benedetto Croce in Etica e politica  dissertava già nel 1920 su quella che se allora era “petulante richiesta” oggi è diventata il nucleo centrale dell’azione delle forze politiche che nel nostro paese fanno l’opposizione ed ora anche della parte avversa. E ancora argomentava:” E’ strano che,  laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano purchè abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatoria, nelle cose della politica si chiedano invece non uomini politici ma onest’uomini…”.   

E subito dopo il  nostro filosofo  si interroga su cosa debba intendersi per “onestà politica” , che secondo lui è soltanto la capacità politica, così come l’onestà di un medico è la sua capacità di medico che non rovina e assassina la gente con la propria inettitudine.   Ma non basta.  Alla domanda se debba essere l’uomo politico, sotto ogni aspetto, incensurabile e stimabile e ancora se possa la politica  stessa essere esercitata da uomini in altri campi poco pregevoli , Croce  risponde:” Obiezione volgare , di quel tale volgo descritto di sopra. Perché è evidente che le pecche che possa  eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo renderanno improprio in quelle sfere, ma non già nella politica. Colà lo condanneremo scienziato ignorante, uomo vizioso, cattivo padre, e simili…”.  

Racconta poi, il filosofo napoletano del caso di Charles Fox , primo ministro inglese nei primi del secolo, che da uomo dissoluto e crapulone, diventato poi politico e ministro, cercò di cambiar vita adeguandola ad un senso morale più consono alle proprie responsabilità.  Ma gli esiti non furono quelli sperati. “…ed ecco che sentì illanguidirsi la vena, infiacchirsi l’energia lottatrice,e non ritrovò quelle forze se non quando tornò alle sue consuetudini.”

Ma è il finale del capitolo che è impressionante chè pare scritto ieri :” Vero è che questa disarmonia tra vita propriamente politica e la restane vita pratica non può spingersi tropp’oltre perché se non altro, la cattiva reputazione prodotta dalla seconda, rioperando sulla prima le frappone poi ostacoli…o l’ipocrisia degli avversari può valersene come arma avvelenata… ma questo è un altro discorso.”   Invece pare proprio il nostro.

 

Pollini torna a casa

October 4th, 2009

Pollini

Un anno fa infatti iniziavo la mia  collaborazione con “Il Riformista” commentando un’intervista di Giuseppina Manin  a Maurizio Pollini sulle sorti della musica del ventesimo secolo.  “La cultura ha trascurato la musica del 900” era il titolo dell’articolo dove il Maestro,  lamentando la scarsa considerazione  riservata alla musica contemporanea nel secolo scorso ne  auspicava una maggiore diffusione in questo. Attività  perseguita da Pollini nell’arco di una carriera  quarantennale che non conosce soste o appannamenti ed anzi continua a  dispensare a piene mani (e che mani) la sua arte. Polemizzando sulla tesi delle responsabilità culturali nel predominio dei secoli passati nell’offerta musicale odierna, cercavo di spostare l’attenzione sul valore universale dei classici  di cui  egli è interprete sommo. Così leggendo il titolo di questa nuova intervista uscita sabato sul Corriere :“Classici irrinunciabili ma curiosità verso le novità” mi è sfuggito un gemito di piacere  e mi sono precipitato ad acquistare l’ultima fatica  discografica del nostro eccelso pianista.

 J.S.Bach (1685- 1750)  Clavicembalo ben temperato, libro primo. Un doppio cd Deutsche Grammophone  da ben ventinove euro. Suonare, leggere uno spartito equivale ad entrare nella testa di colui che ha impresso quei segni che vediamo sul pentagramma. Concetto valido in generale e massimamente  per la musica del genio di Lipsia che di un’opera teorica e dalla finalità ordinatrici e legislative(veramente solo un tedesco poteva concepire un simile monstrum)  riesce a fare una summa della  sua poetica  andando molto oltre le  finalità  estetiche dichiarate  e raggiungendo un vertice espressivo che lancia definitivamente  la musica verso traguardi prima impensabili. Qui nasce la musica come noi la conosciamo.  Tutta. Da Mozart ad Elton John. I due libri del  Wohltemperierte Clavier come è noto non sono scritti per il pianoforte (che non era stato ancora inventato)ma genericamente per una tastiera (clavier), né si specifica se debba essere quella di un organo piuttosto che un clavicembalo. Non bisogna però stupirsi di un simile caso chè raramente in Bach troviamo indicazioni precise in tal senso. Sappiamo ad esempio la destinazione clavicembalistica del  Concerto Italiano  o delle Variazioni Goldberg  mentre più  spesso è l’organo lo strumento designato per corali, fughe e toccate ma non sappiamo di quale tastiera si parli anche per opere fondamentali quali le Partite, le Suites Inglesi, le Invenzioni,  ed appunto anche il  Clavicembalo ben temperato. Grave? No.

 Bach non scrive per la tastiera che è e rimarrà sempre un mezzo nelle sue mani, ciò che gli interessa è ordinare quel sistema temperato “…per coloro che sono già esperti in quest’arte” scrive nella dedica dello spartito. Una novità questa. E una buona occasione  per sfatare un luogo comune falso e stantìo. Cioè che J.S.Bach fosse stato per circa settant’anni un musicista obliato e recuperato solo nel 1829  allorchè Felix Mendelssohn Batholdy (1809-1847) ne diresse la Passione secondo Matteo rivelandone  al mondo il genio. Bach, come sa ogni pianista seppur dilettante che abbia intrapreso i primi passi nell’apprendimento dello strumento, è il pane quotidiano di ogni allievo, e non da adesso chè Beethoven stesso se ne nutrì tutta la vita. A parlare letteralmente di “pane quotidiano” è proprio uno dei musicisti più colti e “musicologi”, Robert Schumann  che nei suoi “Insegnamenti ai giovani studiosi”  ne raccomanda il consumo appunto giornaliero.  Certo solo in epoche moderne si è capito che questi 48 preludi e fughe, che codificano il sistema temperato in modo tale che ancor oggi non si è andati oltre, si potevano eseguire tutti insieme e davanti ad un pubblico.  Ma già  Edwin Fischer, il primo pianista ad incidere su disco il ciclo ebbe un illustre precursore nel genio suicida di Anton Rubinstein che già sul finire del secolo decimonono eseguì in concerto  l’integrale dei due libri di  preludi e fughe di cui consta l’opera.  Da Fischer in poi Il Clavicembalo ben temperato è diventato un monumento con il quale tutti o quasi i grandi interpreti si sono confrontati ed anzi anche il suo recupero clavicembalistico, compiuto negli anni cinquanta da Wanda Landowska, si deve in parte al successo che Fischer ed altri  pianisti avevano ottenuto. Pollini dopo aver circumnavigato il globo della storia della musica spingendosi oltre le colonne d’ Ercole della tonalità nella sua ricerca volta all’esplorazione della musica del novecento,  torna là dove il suo viaggio era iniziato, all’origine, alla causa prima di quel mondo che il maestro milanese ha esplorato dall’interno.

 E il risultato è un Pollini che non ti aspetti, che senti canticchiare e respirare, che se la prende calda e pesante, che sin dal primo preludio in do maggiore (uno dei pezzi più famosi della musica di tutti i tempi) ci parla di un Bach trasfigurato e reso vivo dalla parola di Beethoven. Ecco solo ascoltando Pollini ho capito come Beethoven poteva suonare questa musica e perché  la amava e si attardava in casa di amici chiedendo di poter :”…suonare ancora qualche preludio e fuga prima di coricarsi, come una buonanotte”. Ed infatti  nel N.2 in do minore sentiamo tutta la tragicità già prebeethoveniana di questa tonalità. Ma la mano di Pollini è pesante solo quando deve e nel preludio N.3 in do diesis maggiore (allegro veloce e leggero) ci trasporta con un secolo di anticipo nel mondo dello studio chopiniano, mondo che Pollini  ha portato alla perfezione già trent’anni orsono.  Ma c’è anche il novecento in queste pagine e l’incipit della Fuga N.24 , con il suo cromatismo, è resa da Pollini come il germe di quella “serie” che egli come nessun’altro ha cercato di diffondere.Potrei continuare un preludio e fuga dopo l’altro ma Pollini lo fa molto meglio di me e so già che volete correre in discoteca a comprare questo (caro)  ma assolutamente irrinunciabile doppio cd.  Un’ultima nota. Questa musica non la trovate da scaricare in rete ma volete mettere il piacere di entrare in una discoteca ed uscirne con  in mano l’oggetto del vostro desiderio? Cose d’altri tempi, come la musica vera.

Karajan vent’anni dopo

October 4th, 2009

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C’era un tempo in cui la musica era con Dio.  Era  una stagione , nella quale l’arte non si poneva in opposizione (se non dialettica) ai valori morali condivisi dal consesso civile, e non era quindi costretta  a cantare unicamente l’angoscia.  Questo era stata la musica occidentale dal  XVI  secolo sino all’alba del novecento, il momento della grande frattura.  Da arte ancella, della poesia, della danza , del teatro, a linguaggio autonomo,  di pari dignità , perfino in grado di raggiungere zone dell’animo, precluse alle altre. All’ arte direttoriale fu necessario un altro mezzo secolo , a far decantare  quel materiale immateriale costituito dall ’immenso patrimonio musicale lasciatoci dai geni  che il buon Dio disseminava sulla terra in epoche antiche (nel 1685 ne nacquero addirittura due , Handel e Bach, buona annata). Quella stagione estiva  è passata e ora che l’inverno del nostro scontento (musicale)  fa sentire il suo morso , avvertiamo quanto ci manca  Herbert von Karajan.  Venti anni senza di lui , il sedici luglio del 1989  Das Wunder  Karajan (questo  il primo grande titolo di giornale che nel 1938 ne salutò il debutto)  terminava il suo passaggio su questa terra per trasferire la sua anima altrove,  laddove  secondo lui stesso  (ed io gli do ragione) proviene  quella musica  che per tutta la sua vita  (pur con qualche indulgenza verso il culto di se stesso) aveva  fedelmente servito.  “Mi sembra che la musica venga da un altro mondo.” “Hai ragione , viene da un altro mondo, viene dall’eternità.  Così  il maestro nato a Salisburgo l’otto di aprile del 1908  in un dialogo con Harry Osborne , suo biografo ufficiale,  in un libro di conversazioni  precedente  al  “vangelo” dei  karajaniani  :   Herbert von Karajan  A life in music , biografia esaustiva ed appassionata  mai tradotta in italiano (ma non c’è da stupirsi essendo la Italia la pubblicazione musicale vicina allo zero).    Ma il libro è del  98   dunque nove anni  anni dopo la scomparsa , mentre  come spesso accade ai grandi, quella morte e ciò che essa ha significato per la tradizione musicale non fu   immediatamente compreso.  Egli  si è detto, con la sua morte chiudeva un epoca aurea .  Ma con la sua vita ne aveva aperta un’altra. La nostra .Oggi, nel 2009, la figura di Karajan  appare  come la summa di  500 anni di musica occidentale  pur contenendo già in sè , l’intuizione geniale delle nuove prospettive mediatiche, tecnologiche, che si aprivano allora e di cui oggi tutti si cibano avidamente. In questo fu un genio  con cinquant’anni di anticipo. E non solo per l’attenzione alle tecnologie  discografiche , ma per quella  volontà di ricerca che, seppur tendendovi , esulava dal campo prettamente musicale  e che, ad esempio,  si manifestò al momento della scelta dei progetti presentati alla gara indetta per la costruzione della nuova sala dei Berliner Philarmoniker  nel 1956. Hans Scharoun , genio di quell’architettura organica  che ebbe in Frank Lloyd Wright il suo maggiore esponente, attraverso  quella sala con  l’orchestra posta al centro  indicò una via che avrebbe fatto scuola. Karajan lo capì . Ecco cosa scriveva :”  …di tutti i progetti presentati, uno sembra ergersi  sopra gli altri… per molti aspetti ma il più impressionante è la concentrazione totale degli ascoltatori sull’evento musicale…lo stile musicale dei Berliner Philarmoniker , la cui caratteristica principale è  il respiro speciale all’inizio  ed alla fine della frase musicale…”

Il respiro, questo era  il lirismo di Karajan, il suo canto era naturale come il respiro.  Il suo gesto direttoriale rimane a tutt’oggi come un  unico ed irripetibile miracolo così come il suono che quel gesto faceva sortire. Cos’hanno di speciale gli attacchi di Karajan?  Con lui la musica non iniziava, non si aveva la sensazione che qualcuno cominciasse a suonare, piuttosto l’impressione era quella di  un suono già esistente che improvvisamente veniva  a noi, ci si rivelava. E’ ciò che durante una prova Carlos Kleiber  (suo devoto ammiratore per tutta la vita) cerca di  far intendere all’orchestra dicendo ai  violini:” Lasciate che sia il vostro vicino a cominciare”.   Quel lirismo che ha in Wagner e Strauss  i suoi autori di riferimento: semplicemente prima di lui nessuno li suonava così e dopo di lui tutti ci hanno provato. Ma anche Beethoven, Brahms  Bruckner  . Inoltre  egli uscì dal germanesimo che pure lo aveva generato per rivolgersi all’opera italiana, con risultati non meno che eccelsi, il suo  Verdi o il suo Puccini (per me Otello e Boheme su tutti) restano ad imperitura memoria insuperati ancora oggi.  Il suo Bach fu criticato  dai contemporanei e poi divorato dall’imbecille snobismo culturale della “prassi esecutiva” che impone strumenti originali  e che ci ha regalato monumenti di noia sublime. Eppure la Messa in si minore con Gundula Janowitz  è una gemma  capace di offuscare molti specialisti del barocco.Una curiosità poi è legata ad una delle sue incisioni più memorabili, la Carmen di Georges Bizet con una ipnotica Leontyne Price. Durante la registrazione del disco giunse la notizia dell’assassinio del presidente  Kennedy e la Price, statunitense e nera ne  fu così  turbata che il produttore voleva concedere un paio di  giorni di pausa alla sessione d’incisione. Karajan riuscì a convincere la Price che cantò così la famosa scena delle carte (in cui pesca la morte)  poche ore dopo la notizia.  Il risultato è sconvolgente. Questo cinismo  seppur volto a scopi sempre musicali  è fatto della stessa materia di cui parla  Isaia Berlin che  lo definì “Un genio con una spruzzata di zolfo intorno” , riferendosi alla sua appartenenza  al partito nazista fino al 1945, ma Karajan pur di dirigere avrebbe preso  anche la tessera dell’inferno . D’altra parte sposò un’ebrea nel 1942, Anita Gueterman,  segno evidente  che  di ideologico in quella adesione ci fu poco.

“La pasta, la  pasta di cui era fatto quel suono che  i Berliner avevano raggiunto  con lui non c’è  più e non solo nei  Berliner ma da nessun altra parte al mondo. “  Questo mi racconta Umberto Nicoletti Altimari, della direzione artistica dell’Accademia di S. Cecilia nonché vera autorità italiana sul pianeta Karajan . “Cosa ho di lui?  E’ Semplice. Tutto. “  Se volete saper qualcosa su Karajan chiedete a quest’uomo la cui devozione al  Maestro  (posso dirlo vantando un’amicizia quarantennale) è stata una malattia cronica e manifestatasi in giovanissima età.   “ Michel Glotz , un uomo che dedicò parte della sua vita a Karajan,  lo definì cosiì  “Un bambino ed un vecchio cinese molto saggio questa era la straordinaria combinazione che fu Herbert von Karajan“.

In anni in cui non si parlava ancora di civiltà dell’immagine lui costruiva la propria.  Quella di un perfezionist a in tutto ciò che faceva.   Da qui anche un’iconografia che può far sorridere, pilota d’aereo, di macchine da corsa,  sciatore, al timone del suo Yacht  Helisara ( Herbert, Eliette,  Isabel, Arabel ),  sì che ci si chiedeva dove trovasse il tempo di dedicarsi a tutte queste attività un uomo che   fu contemporaneamente direttore dei Berliner, della Wiener Staatsoper  nello stesso anno in cui allestiva al  Teatro alla Scala altre due grandi produzioni . E’ di quegli anni questa storiella: Karajan sale su un taxi, il tassista:” Dove la porto?”  “ Karajan:” Mi porti dove vuole tanto mi vogliono tutti.”

Onore ai caduti

October 3rd, 2009

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Trenta anni fa in una  tiepida mattinata  di fine estate, sul piazzale della scuola militare di paracadutismo di Pisa, il sergente Ennio Druda, di fronte alla compagnia schierata sul riposo, proferì , senza dissimulare il suo accento romano, queste parole : ” So che tra i nuovi arrivati c’è uno della Lazio.”  Non potei far altro che muovere un passo avanti uscendo dalla fila, la prima, come  spesso capitava a chi come me non arriva al metro e settanta. “Lei sa che io sarò il suo sergente? “ chiese quell’uomo non più alto di me ma fatto di una materia che assomigliava alla  pietra. “Sissignore!”  replicai gridando con tutto il fiato che avevo in corpo. “ E sa anche per quale squadra  tengo io ?” Continuò il sergente.   “Sissignore, me lo hanno detto signore!” A questo punto quel volto di granito si increspò leggermente  sfiorato dall’ombra di un sorriso :“Si faccia un paio di giri di corsa e benvenuto.”  Così iniziò, dopo il corso durissimo che mi aveva brevettato paracadutista, la mia breve avventura nella  Folgore. Oggi Ennio Druda è  un Tenente Colonnello e ha fatto un bella carriera  nonostante la sua fede calcistica.

 Quando la tristezza ed il lutto ci stringono il cuore cerchiamo di allentarne  la morsa  andando a cercare qualche ricordo allegro, spensierato. La condizione di quando si è giovani e si ha il cuore traboccante di sogni.  Sogni spezzati per Antonio, Davide, Matteo, Roberto, Massimilano e Giandomenico, paracadutisti saliti in cielo per non saltare più. Dall’aereo infatti non ci si butta, si salta . E’ un tuffo verso le nuvole . Chi sceglie questo corpo  ama l’azzurro della volta celeste e la sensazione che si prova attraversandola in volo.  Anche a me  piaceva volare e l’idea di salire su di un aeroplano  senza poi doverci atterrare aveva un fascino irresistibile. Dunque quando ai tre giorni ( così  si usava chiamare quel breve periodo  in cui i maschi  italiani diciassettenni venivano convocati al distretto militare per  verificarne l’ idoneità al servizio) vidi quel soldato con il basco amaranto che reclutava volontari  per il corpo dei paracadutisti , alzai la mano e firmai le carte per l’arruolamento.  Fu subito dopo, appena il parà reclutatore fu uscito che gli altri ragazzi che condividevano con me quei momenti mi si avvicinarono allibiti. “Ma che sei matto?” – vociavano-  “Si.” -risposi  atteggiandomi un poco.  

Ma non ero matto. Credevo però che dovendo passare un anno servendo il mio paese come soldato avrei preferito fare qualcosa  di attivo piuttosto che trascorrerlo giocando a briscola in qualche ufficio di distretto militare. Certo è che quando dopo due anni  arrivò la cartolina che mi assegnava alla scuola di paracadutismo  di Pisa, non ne fui proprio entusiasta ma ormai era fatta. Partii non senza qualche timore. Mi avevano parlato di fascisti, di un corpo di invasati dove regnava il terrore ed invece trovai una spaccato d’Italia quale, nel mio mondo dorato della Roma bene,  non potevo avere idea. Quando la vita è dura e faticosa gli uomini tendono ad affratellarsi. Se poi c’è un pericolo imminente ( e saltare da un  aereo o da  un elicottero  in volo lo è) allora le amicizie nascono più facilmente. Di politica, in un anno passato tra Pisa e Livorno non intesi mai parlare. Trovai ragazzi generosi accomunati da un senso del dovere che mi era sconosciuto. Del primo lancio ricordo ogni singolo istante. Da quando seduti sulla pista ci si mette il paracadute, controllandosi a vicenda ed affidando quindi la propria vita al compagno dietro di te, al momento in cui si aprono le porte e i motori rallentano fin quasi a fermarsi . Oltre la porta c’è il cielo, immenso e blu come può esserlo solo tuffandocisi dentro e  quando salti fuori ed il vento ti gira di 90 gradi ti ritrovi a guardare la coda del C130 che sta sputando il tuo commilitone, quello uscito  dopo di te. Tanto è veloce la sequenza del lancio dentro l’aereo quanto rallentato il tempo fuori dal velivolo. A quel punto il paracadute  si apre e ti ritrovi seduto nell’aria, nel silenzio, immobile ti sembra, perchè la velocità di caduta non la valuterai che a pochi metri da terra. Allora ridi, forte, succede a tutti, chè se da una parte è il sintomo dello sciogliersi di una tensione  accumulatasi  giorno dopo giorno durante il corso di preparazione, dall’altra è felicità vera, gioia pura, di quella che ci è dato assaporare solo a vent’anni. E a quell’età la paura della morte non la si conosce convinti come si è di essere immortali. Non facevo la guerra io, ma soltanto il servizio militare che allora era obbligatorio e che  veniva considerato una perdita di tempo quando non qualcosa di peggio, un inutile addestramento ad una guerra che non sarebbe mai arrivata.

Invece ora ne stiamo combattendo una  contro un nemico spietato ed invisibile che non ci permette di contrastarlo. I nostri soldati muoiono  spesso senza aver la possibilità di difendersi, nell’ipocrisia della “missione di pace”  che stabilisce regole d’ingaggio adatte a proteggere l’ordine pubblico fuori da uno stadio di calcio, non a muoversi  in mezzo ad un campo di battaglia.   Non siamo in Afganistan  per invadere questo paese ed occuparlo (questo significa il ripudio della guerra nella lettera della costituzione) ma per lottare contro il terrorismo e proteggere un popolo da una delle più sanguinarie  e medioevali accolite di criminali che abbiano mai avuto in mano il governo di una nazione. Nemmeno Hitler sterminava i suoi connazionali con tanta ferocia ed indiscriminazione. A Kabul come a Bagdad ci sono islamici che uccidono altri islamici, senza discernimento, spietatamente. Ed odiano i  nostri soldati che  sono lì per proteggere gli inermi.  E da questi sono amati e riconosciuti. Per farlo  però devono prima salvaguardare se stessi. A ciò servono le armi che hanno in dotazione. Ma  non c’è al mondo nulla di più inutile di una pistola scarica, e questo è troppo spesso ciò che i nostri soldati hanno in mano. Siamo in quella regione in nome della pace sì, ma  anche per fare la guerra.  E’ disgustoso vedere la finta commozione di  quelli che di fatto, sia a destra che a sinistra, disarmano le nostre forze armate  e che sono  poi i primi dopo ogni caduto (così si chiamano i morti in guerra) a parlare di ritiro. Ieri ho visitato il sito di Antonio Di Pietro che non  capisce cosa ci stiamo ancora a fare laggiù  e sostiene che bisogna ritirarsi. Lui se ne intende , lo ha già  fatto quando nel 1994 ha lasciato la magistratura per dedicarsi all’attività certo più redditizia di uomo politico. Si ritiri lui.

Ma chi appartiene alla brigata Folgore non conosce questa parola.  Quando ad El Alamein  i paracadutisti si arresero agli inglesi lo fecero senza alzare le mani e con le armi in pugno.  E i soldati  britannici   (quest’anno hanno perso 200 uomini a Kabul),  che avevano lottato increduli della  capacità di resistenza di quel manipolo di eroi,  che erano e sono custodi una nazione che ha vinto tutte le guerre che ha combattuto, resero l’onore delle armi a quella bandiera con la folgore nel mezzo. Anche Winston Churchill in un  famoso discorso alla camera dei comuni riconobbe il valore di quella brigata definendo quei ragazzi dei leoni. Chi diventa paracadutista non lo fa per i soldi. Mai. Uno dei miei amici più cari, Luciano Ferrara, l’ho conosciuto lì.  Dopo sei mesi passati insieme a Pisa  io fui aggregato ad un’altra compagnia e venni trasferito a Livorno. Finito entrambi il servizio militare rimanemmo in contatto per un paio d’anni, lui a Torino ed io a Roma, successivamente cambiammo  casa e ci perdemmo, non c’erano ancora i telefonini. Non ci siamo visti né sentiti per dieci anni cercandoci senza successo. Poi nel 1992  mi capitò di dover recitare a Torino. Stavolta  ritrovo  Luciano pensai, ho il suo vecchio indirizzo e qualcuno mi saprà dire dove abita.  Il giorno del debutto  ero ospite a Domenica In a Roma  e per questo  presi un’aereo con metà della mia compagnia  che avrebbe dovuto atterrare  alle 16 nel capoluogo piemontese. Ma quel giorno c’era la nebbia  e il paracadute non lo avevo più, così dopo aver volato in cerchio per più di un’ora sopra l’aeroporto di Torino ci ritrovammo ad atterrare a  Genova quando erano già le 18. Nebbia fitta anche lì.  In teatro la legge prevede che  se un attore non arriva in tempo deve pagare l’incasso della sala piena, così ci affidammo alla pazzia di due tassisti genovesi che per un milione di lire guidarono nella nebbia  scaricandoci davanti al teatro alle 21 in punto, ora di inizio dello spettacolo. La sala era già piena. Scesi dal taxi con il cuore in gola e mi trovai davanti Luciano. Aveva letto sul giornale che recitavo lì e mi aspettava dal pomeriggio. Ci abbracciammo commossi.  Non ci siamo più persi da allora e giovedì dopo aver saputo della strage di Kabul ho chiamato lui, il mio vecchio amico parà.

Il Palio

September 16th, 2009

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Domenica  16 agosto ho fatto un viaggio con la macchina del tempo.  Quando sono sceso ero in una piccola cappella, dentro accalcate centinaia di persone e un sacerdote davanti all’altare. Poi è entrato un uomo a cavallo, si è fatto prossimo alla sacra mensa e il prete si è avvicinato e lo ha benedetto:  “Signore Gesù Cristo custodisci, proteggi e difendi dai pericoli della prossima corsa il tuo umile servo  Francesco…” Quello ha serrato le redini  poi  si è girato ed è uscito e i fedeli  dentro la chiesa , le voci rotte dall’emozione ma potenti,  hanno intonato il Te Deum. Molti piangevano. Ero arrivato nel medioevo. E’ una macchina del tempo che conosco e che funziona solo due volte l’anno, la  medesima destinazione. Si chiama Palio di Siena.Voi potete anche leggere tutti i libri di storia del mondo ma se volete capire e vedere il medioevo (per viverlo bisogna essere senesi)  dovete venire in questa città di pazzi al Palio dell’Assunta. A dirla tutta non basta venirci, bisogna essere introdotti. Solo portati per mano come dei bambini  (questa è la  nostra condizione di moderni  individui di fronte  alla simbologia del Palio)  si entra in sintonia con questi personaggi  antichi  che non rappresentano ma sono il medioevo.  Difatti soltanto un amico ti può far scoprire questo sogno. Il mio si chiama Massimo Reale e la sua passione per cavalli e Palio di Siena  lo ha portato a scrivere un libro sui fantini che si danno battaglia in Piazza del Campo. Si chiama  I Trenta Assassini.  Sono  ricordi di Palii e  fotografie, primissimi piani di questi uomini dai volti profondamente segnati, tristi  e mai domi, che hanno corso e vinto il Palio.  I loro nomi sono da soli letteratura: Il Bufera, Bucefalo, Il Pesse, Ragno, Marasma, Tristezza…  Aceto è uno dei fantini più famosi del mondo, al secolo Andrea de Gortes è quello che ha vinto più  di tutti, 14 palii , un’enormità. Massimo gli chiedeva un giorno: ”Andrea, sono trent’anni che sei a  Siena eppure non hai messo su famiglia, sei sempre solo, come mai?” E lui senza un’attimo d’esitazione : “ Vedi Massimo…l’amicizia… te la può dare la tù mamma…forse.” Questi erano e sono i fantini della carriera più bella del mondo. Duri che da quanto son duri, neanche sanno di esserlo. Come i senesi, gli unici comunisti al mondo che venerano la Madonna.  Gente aspra, generosa, passionale. Ricordo, prima delle ultime olimpiadi di aver visto in televisione un’intervista  ad un vecchio senese:

D. Cosa ne pensa di Pierre de coubertin?

R. O chi è?

D. Un nobile francese teorizzatore del moderno spirito olimpico.

 R. E cosa dice?

D. Nelle competizioni, l’importante è partecipare.

R. Per me è un bischero!

E’ necessario innanzitutto far pulizia da equivoci. Non è una corsa di cavalli. La corsa è soltanto la manifestazione terrena di ataviche pulsioni. La guerra, prima e più terribile fra tutte. Ma anche l’amore per la patria (cos’altro è la contrada?) il coraggio, la paura, la velocità, la vittoria.  L’Oca contro La Torre, La Pantera contro L’Aquila, La Lupa contro L’Istrice. Nel Palio non conta solo vincere  chè quasi più importante  è far perdere la contrada nemica. Se non si capisce questo i fantini che alla Mossa si molestano e si parlano , promettendosi soldi e vendendosi magari al nemico,  sembrano burattini  privi di discernimento. Invece sono  dieci assassini. La regola è una sola: vincere a qualunque costo  e con qualsiasi mezzo. Come in guerra. Il Sunto,  la campana sorda che suona  dal mattino è la stessa  che chiamava i cavalieri a difesa della repubblica  senese nel 1400. Quel suono sotteso,  senza che tu te ne accorga ti entra in testa e colpisce come una goccia che a poco a poco diventa una marea, un fiume di inquietudine. Quando  improvvisamente tace,  nella piazza scende il silenzio  . E’ il momento di montare a cavallo , i fantini escono dall’entrone, il cortile del Palazzo Pubblico dove attendono l’inizio della corsa e prendono il nerbo di bue che mostrano col braccio alzato alla contrada. Sono gli attimi  che precedono la battaglia, solo chi ha combattuto li conosce, qui a Siena si può viverli, toccarli, annusarli. Odorano di paura. Hanno il sapore acre della fame, della miseria; un tempo i fantini venivano da lì.

Parla Tremoto   “Ero partito a tredici anni dalla Sardegna per fame. Montavo nelle corse in siepi per dodicimila cinquecento lire e in provincia, sull’asfalto, per quindicimila. Dopo il primo Palio il Capitano della Chiocciola mi diede una pacca sulla spalla e un assegno da tre milioni e mezzo. Io non ci credevo, quasi non sapevo che esistessero tanti soldi. Passai la notte seduto sul letto a fissare quel foglio di carta.”

Oggi un fantino che vince il Palio può guadagnare milioni ma l’origine è la stessa, la fame di vittoria passa ancora dal coraggio se come dicono  “Il pane del Palio è duro sette croste”.

  Quando cade il Canape e i cavalli partono accade qualcosa di irreale, il tempo rallenta bruscamente la sua corsa, non si ferma del tutto ma dilata e deforma la realtà come un grand’angolo. In quel limbo senza tempo  gli incitamenti ,le urla di gioia e disperazione si susseguono come in un sogno  dal quale si viene risvegliati  ai tre spari di fine gara .  Domenica ha vinto La Civetta , dopo trent’anni. Ultimo Palio vinto  nel 1979.

A fine corsa mi sono precipitato per la strade della città e ho visto  i contradaioli della Civetta che andavano al Duomo con il Palio vinto  a ringraziare la Madonna. Piangevano tutti. C’era un omone che singhiozzava più forte , aveva sulle spalle un bambino.  Si è fermato e abbracciando un amico, scosso dalle lacrime anche lui, ha detto: “ L’ultimo Palio vinto me lo ricordo in collo al mio babbo.”  E’ difficile non commuoversi quando si è in mezzo a migliaia di persone che insieme piangono di gioia così sono arrivato a Porta Camollia che piangevo anch’io.  Sono salito in macchina e   dopo pochi chilometri  sono entrato in un Mc Drive. Un doppio cheeseburger  e Coca Cola consumati alla guida mi hanno  dato la certezza di essere tornato nel ventunesimo secolo. Ho pensato a tutti quelli che contestano Mc Donald,  un ristorante dove si mangia con 6 euro, considerandolo come emissario del male. Sono gli stessi che accusano i senesi di crudeltà verso i cavalli. A Siena i cavalli sono venerati ,considerati come persone  e coccolati più di un primogenito.

Difficile del resto pensare che non ami i cavalli gente che  se ne occupa per una vita, che si alza alle 4 di mattina per portarli fuori, che li lava li nutre e li fa correre. Anche in natura I cavalli i galoppano, gareggiano tra loro e ogni tanto si azzoppano. L’uomo e il cavallo hanno fatto gran parte della nostra storia.  A settembre a Palio vinto, la contrada celebra la vittoria con una cena. A capotavola c’è l’ospite d’onore, che mangia su un vassoio d’argento biada e zucchero:  è Il cavallo vincitore.  Non è amore questo? Strano mondo il nostro. Uccidiamo milioni di bambini prima che nascano e facciamo la morale a chi fa correre i cavalli. Sì  è vero nel Palio c’è violenza , c’è la tragica bellezza della guerra e del coraggio ma non sono anche queste caratteristiche umane?  Forse fra mille anni quando nessuno al mondo userà più violenza contro un suo simile, le persone ameranno il loro prossimo come se stesse e non ci saranno più armi , anche allora in quell’eden (ma sarebbe poi tale?), il Palio di Siena servirà a ricordare a tutti com’era la vita sulla terra quando gli uomini combattevano.

Punk Rock a ottant’anni. Young@Heart

July 12th, 2009

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“Il grado di civiltà di un popolo si misura dalla considerazione che esso ha per gli anziani.”  Se ciò è vero allora Bill Cilman ,  quarantacinquenne compositore e direttore d’orchestra americano, merita un posto privilegiato tra i  giusti che si battono per salvare la nostra vituperata civiltà occidentale. Venticinque anni fa, a Northampton, Massachussets ,quest’uomo geniale  ha pensato e fondato un coro unico al mondo: gli Young@heart. Per farne parte non basta essere intonati, occorre un requisito fondamentale che rende piuttosto esclusivo l’ensemble: bisogna  aver compiuto settant’anni, altrimenti si è troppo giovani per cantare un repertorio che spazia ormai dai Talking Heads ai Beatles, dai Rolling Stones ai Sex Pistols  e poi  Clash, James Brown, passando attraverso standards  del blues come Sweet Home Chicago,  fino all’ultimo Bruce Springsteen. Cantare insieme è una elle forme di aggregazione più antiche di questo pianeta e attraverso questa nobile  pratica Cilman è riuscito a dare a questi ottantenni un nuovo entusiasmo, una rinnovata voglia di vivere e lavorare. Se non li avete mai visti fatevi un giro su Youtube, ne vale la pena.  Guardare questi vecchi (è una bella parola, usiamola) fa bene allo spirito, ci rende migliori. Si parla spesso di terza età come solitudine, abbandono, tristezza. Qui è tutto l’opposto: amicizia, solidarietà, allegria. Si ride  di gusto nella sala prove  del coro. Ma attenzione Bill  non è un filantropo, vuole qualità dai suoi “ragazzi”: per questo  durante le prove si lavora sodo e non mancano le tensioni e i momenti difficili. “La prima volta che ho ascoltato questo pezzo ho pensato, è troppo brutto non può chiederci di cantarlo; ora mi piace farlo  ma continuo a pensare che è una musica schifosa.” Così Shirley Stevens, che essendo la più giovane (75 anni) è un po’ la mascotte del gruppo, parla di “I feel good” di James Brown. Eppure  negli Young@heart è proprio la qualità musicale che sorprende.  Una qualità che scaturisce dalla commistione di musiche d’oggi e interpreti del secolo scorso  e che rende un servizio di incommensurabile portata alla  poetica stessa del rock’nroll. L’impatto eversivo del quale ,sembra non essere stato mai messo a fuoco con tanta efficacia. E’ un rock puro, non filtrato, che sgorga libero e coinvolge anche l’ascoltatore (come chi scrive) meno legato a questo genere musicale. Ma la musica  alla fine, si divide in solo due categorie, quella buona e quella cattiva.

David Byrne , mente e voce dei “Talkin Heads” ha detto che l’esperienza musicale oltreché umana, ricevuta dalla collaborazione con questi fantastici ottuagenari, ha radicalmente cambiato il suo modo di accostarsi al rock and roll.  Certo è che Joe Strummer, il mitico cantante dei Clash, quando nel 1978  cantava di fronte ad una platea impazzita  oltreché farmacologicamente ben organizzata :“Darling you gotta let me know, should I stay or should I go” mai e poi mai si sarebbe aspettato che  un decennio più tardi quelle parole le avrebbe urlate nel microfono Belinda Geii, classe 1925 , di fronte ai detenuti di un carcere dell’Illinois. Così folgorante, con un primissimo piano della bocca  della ottantacinquenne Belinda, si apre il film realizzato nel 2007 da Walker George che racconta uno dei tour effettuati dal coro negli Stati Uniti. Un documentario (nomination all’oscar) di impatto emotivo irresistibile. Un episodio su tutti: Fred Knittel (1925)  avrebbe dovuto duettare con Jason Aimes (1927) nella canzone “Fix you” del gruppo”Coldplay”. Durante le prove però Jason, già malato, peggiora e viene ricoverato in ospedale. Non ce la fa e così Frank decide di cantare da solo, dedicando all’amico volato via, la sua esibizione.  Il pezzo che ne viene fuori  è talmente bello che il pubblico in sala si alza in piedi tributando all’interprete una standing ovation di cinque minuti. E io vi dico che  se non piangerete quando Fred , con la sua incredibile voce di basso , intona i versi :” … when you loose  something you can’t replace “ (quando perdi qualcosa che non puoi rimpiazzare), è inutile che perdiate il vostro tempo ascoltando musica.  Il coro è la vita e  la musica il suo scopo. Anche Fred se ne è andato nel gennaio scorso, evidentemente lassù in paradiso volevano il duo al completo.  A luglio, per festeggiare i venticinque anni di attività gli Young@heart  saranno ospiti del Manchester International Festival  per poi proseguire  il tour che toccherà vari paesi europei ma non l’Italia. Perché? The answer  my friend is blowin in the wind….

Glenn Gould e il pianoforte perfetto

July 11th, 2009

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Heinrich Steinweg era un ebanista tedesco che un giorno, intorno al 1840, assemblò un pianoforte per la sua casa di Seesen. Gli riuscì così bene che si diede alla costruzione industriale avviando una fiorente fabbrica nella quale lavorava con tutti i figli. Dieci anni dopo , nel 1850, mentre la Germania è in piena recessione, gli Stati Uniti sono un paese che non ha ancora settant’anni di vita e in cui il libero mercato promette un futuro di ricchezza. Così a 53 anni vende la fabbrica e si trasferisce a New York con tutta la famiglia. L’industria del pianoforte è in piena espansione e Heinrich , che vuole capire come costruiscono i pianoforti in America, si impiega in una fabbrica, lo stesso fanno i figli, tutti in fabbriche differenti, per diversificare le conoscenze. E dopo appena tre anni la famiglia americanizza il proprio cognome e si mette in proprio.  Così nasce la Steinway e sons. Negli anni successivi 144 brevetti che rivoluzionano lo strumento, consegnadoci il pianoforte moderno come noi lo conosciamo, vengono dalla fabbrica di Heinrich. Questa e molte altre divertenti storie nel libro di Christine Hafner,  Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto, un saggio Einaudi  che racconta l’incontro magico ed il rapporto ventennale tra il pianista canadese ed il suo accordatore Vernon Edquist, un ragazzo nato quasi cieco nel Saskatchewan, regione delle grandi praterie canadesi, al confine con il Montana , dove più che in pianisti classici poteva capitare di imbattersi in Tex Willer e il suo pard Kit Carson inseguiti da un manipolo di indiani Dakota. Glenn Gould, mito già in vita ed entrato poi nella leggenda prima per il suo ritiro dall’attività concertistica, a trentun’anni e nel pieno della carriera per dedicarsi allo studio di registrazione, poi per la sua prematura scomparsa avvenuta circa vent’anni dopo, è stato uno di quei casi in cui la scintilla divina è palpabile , era un persona che aveva ricevuto un dono che divenne cristianamente la sua croce. La meraviglia che il suo apparire sulla scena musicale accese nel mondo, non ha forse eguali nella storia della musica e basta ascoltare il suo debutto a Salisburgo a ventitré anni per rendersi conto che davanti a quel tipo di talento non si può che chinare “… la fronte al massimo fattor che volle in lui, del creator suo spirito, più vasta orma stampar” . Ma le vie del signore sono infinite ed infatti mentre Gould si afferma nel mondo, Endquist lascia le praterie per andare alla scuola per ciechi di Ontario a tremila chilometri da casa. Accanto a quella per ciechi c’è una scuola di musica e lì Vernon sente per la prima volta il suono di un pianoforte. Per accordare non occorrono occhi buoni, e le orecchie di Vernon sono eccezionali, alla scuola per ciechi c’è un corso per accordatori e lì scopre di avere l’orecchio assoluto. Eccoci arrivati. Il famoso CD 318 è l’altro protagonista della vicenda . 500 chilogrammi di Stenway, un mostro lungo due metri e settanta che Glenn Gould usò ininterrottamente per dieci anni e con il quale realizzò Il novanta per cento delle sue incisioni. Quindi se avete a casa dei dischi di Glenn Gould sappiate che quasi certamente sono registrati su un piano accordato da Vernon Endquist. Il rapporto con questo strumento di cui Gould parlava come di un essere umano è la sfera attorno alla quale ruotano due personalità estreme . La storia del sodalizio tra due imperfezioni alla ricerca dello strumento perfetto. Ma se nell’uno la quasi cecità, compensata da quel gran talento musicale, funziona alla perfezione come grimaldello sociale e permette a Vernon di condurre una vita normale, sposandosi e facendo dei figli, nell’altro il fuoco arde a temperature troppo elevate per non consumare fatalmente se stesso. Gould vive ormai completamente avulso dalla società , non suona in pubblico, non vede che poche persone e per motivi di mera sopravvivenza , vive tra la sala di incisione, che ha in casa, e gli studi dei medici che cercano di curare le sue ossa fragili e doloranti. L’isolamento dai nostri simili difficilmente dà buoni risultati e Gould non fa eccezione, diventa sempre più etereo, scollato dalla realtà. L’ascolto dell’ incisione delle Variazione Goldberg di J.S.Bach che nel 1956 ,a ventitre anni, lo impose all’attenzione generale, messa a confronto con l’ultima registrazione del medesimo capolavoro, pochi mesi prima della sua scomparsa è illuminante. La prima mostra un talento libero che si è appena affacciato sul mondo e ne scopre i colori , un Bach quale mai prima si era udito, l’ultima è come ripiegata in se stessa, esausta .Come il suo interprete. Un libro divertente. Unico appunto :24 euro per 200 pagine sono sinceramente troppi.